Racconto "Io piccola piccola"
Racconto selezionato al Concorso Letterario "Favole e Fiabe" indetto dal Salotto Culturale Rosso Venexiano.
Favole e fiabe  Salotto culturale
   
La fiaba "Io piccola piccola" partecipante alla IV edizione 2010 del Premio Artistico-Letterario Città di Nocera Inferiore dedicato al Prof. Felice Liccardi si classifica al 3° posto.

 

Io piccola piccola

 

Lo ricordo come fosse ora. Non volevo fare i compiti, desideravo solo giocare, andare fuori. Il giardino, dalla finestra aperta, mi invitava variopinto e festoso di primavera. Le divisioni, sul quaderno, facevano su e giù… e ancora giù e su. Ma quando finiva questa scuola, non ne potevo più!

− Claudia, hai fatto le operazioni? − disse mia madre dall’altra stanza, alzando la voce, mentre il ferro da stiro sbuffava anche lui, stanco e spazientito.

− Ho quasi finito mamma − risposi cercando di prendere tempo. E se per magia le operazioni si fossero svolte da sole in un attimo? Mia nonna mi raccontava spesso storie fantastiche di fate e di bacchette magiche. Chissà che non avessero un fondamento di verità!

Presi tra le mani il sasso nero che avevo trovato la stessa mattina tra la terra del giardino della mia casa. Doveva essere una pietra ricca di minerali e di metalli in quanto, colpita dalla luce del sole, si illuminava di una miriade di pagliuzze argentate e dorate che riflettevano i loro bagliori tutto intorno.

Cercai di concentrarmi con gli occhi fissi, sbarrati sul foglio bianco del quaderno, pieno di quadretti. Ripetei nella mia mente: “Magia, magia, fatti mia! Magia, magia fatti mia!” e cominciai a muovere le mani aperte sul foglio, chiudendo le palpebre “Che questo quaderno si riempia di operazioni già svolte! Magia, magia, fatti mia!”

Sentendo dentro di me una certa sensazione di potenza, di completamento, aprii gli occhi fissando il foglio… rimasi di ghiaccio! Non era cambiato nulla… proprio nulla!

Come avrei potuto fare?! Davvero avrei dovuto svolgere tutte quelle operazioni e per di più senza l’aiuto della tavola pitagorica?!

L’aria tiepida del pomeriggio mi alitava sui capelli, muovendo la tenda insistente che giunse a sfiorarmi il braccio. Mi girai ancora verso la finestra. I fiori, con il loro profumo, i colori e gli insetti che li abitavano erano fermi lì, attendendo un mio cenno. Notai un sottile movimento sul davanzale. Cos’era? Mi alzai per scorgere meglio.

Proprio sulla soglia di marmo della finestra della mia stanzetta vi era una lunga carovana scura di formichine che si avvicendavano sfiorandosi. Formavano una interminabile linea nera frastagliata che si snodava all’esterno. “Ah! Quelle piccole ladre” pensai indispettita “rubano dalla mia casa e, per giunta, vanno fuori libere e giulive!”.

Mi affacciai scrutando sul pavimento della veranda; la linea nera si prolungava sinuosa verso il giardino. Girai per un attimo lo sguardo verso la porta aperta della mia stanza, poi mi voltai e saltai dalla finestra.

Osservai ben bene le furbastre, seguii il percorso segnato fino a giungere sotto a un largo cespuglio di margherite bianche, che mia madre innaffiava costantemente accarezzandole una per una. Strisciai contro la terra umida, passando rasente ai ramoscelli dell’arbusto, fino a raggiungere una piccola montagnola di terra scura, raggranellata, con al centro un largo foro. Sembrava un piccolo vulcano, con la differenza che quello non emanava fuoco e lapilli, ma attirava a sé quei mostriciattoli neri, operosi e frenetici.

Cominciai a soffiarci sopra. Le formiche vennero scosse dall’aria forte che spirava dai miei polmoni, tanto da essere sballottate giù dal monticello. Poi, con il dito, iniziai a spingere la terra dentro l’incavo per tappare il foro.

A un tratto venni scossa dalla voce lontana di mia madre che riecheggiava dall’interno della casa: − Allora Claudia?

Mi alzai, corsi verso il davanzale e urlai: − Si mamma, sto per finire, lasciami lavorare! − Poi, scrutando distante le pagine bianche del quaderno, ripetei nella mia mente: “Magia, magia, fatti mia”. Distolsi subito lo sguardo dalla scrivania e corsi nuovamente vicino al cespuglio. Afferrai un secchiello, lo riempii di acqua, facendola scorrere lentamente dalla fontana, cercando di fare meno rumore possibile per non destare sospetti in mia madre, e la versai sul formicaio.

I piccoli insetti, travolti dall’ondata, scivolarono verso l’erba verde e la terra della montagnola cominciò a franare spinta dalla forza dell’acqua.

Ma… qualcosa accadde di terribile e di inverosimile. Vidi le piante crescere intorno a me, a dismisura, fino a diventare enormi. La terra sotto ai miei piedi si gonfiò di botto; ogni granello si trasformò in un macigno e io mi trovai in bilico tra le zolle traballanti e piene di acqua. Cominciai a urlare atterrita, ma anche la mia voce si trasformò affievolendosi. Cosa mi stava accadendo? Il mondo si stava ingigantendo schiacciandomi. Stavo per essere punita per essere stata spietata verso le formiche?

Ritrovandomi sommersa dalla terra e da fuscelli di paglia che mi comprimevano, notai di aver provato una sensazione strana; mentre tutto intorno si ingrandiva avevo sentito l’aria dei miei polmoni fuoriuscire velocemente come da un palloncino che viene sgonfiato. Cosa aveva provocato questa sensazione?

Cercai di risollevarmi da terra, risistemandomi i capelli arruffati e scostando la polvere che mi aveva ricoperta subitaneamente. Giratami provai un forte senso di terrore e di smarrimento: ero circondata da mostri neri. Erano enormi, alti quasi quanto me, lucidi, con lunghe zampe e… somigliavano a delle formiche, ma su scala immensamente più grande.

Con gli occhi sbarrati e lo sguardo esterrefatto, osservai intorno cercando di capire cosa avrei potuto fare per mettermi in salvo da quelle creature orribili. Avevano sei zampe e due antenne, erano pelose e mi guardavano con larghi occhioni neri e profondi. Si trattava proprio di formiche… intorno ogni cosa era uguale a prima, solo che era tutto molto più grande.

Ma forse… certo…! Non era il mondo che si era ingigantito, ma io che mi ero rimpicciolita tanto da diventare alta come un insetto. Oh povera me! Quegli animalacci mi avrebbero rosicchiata come una foglia e nessuno avrebbe più saputo nulla di me. Cosa avrei fatto?! Grossi lacrimoni iniziarono a scendere lungo le mie guance, mentre io trattenevo i singhiozzi per non urtare la suscettibilità degli insetti.

Loro dapprima si guardarono poi, improvvisamente, si prostrarono a terra davanti a me. Rimasi immobile cercando di capire cosa stessero facendo. Due di loro si avvicinarono… “Ora mi sbranano!” pensai atterrita mentre si approssimavano aprendo i loro becchi neri. Tuttavia, invece di mordermi, mi afferrarono per i vestiti alzandomi da terra, quindi cominciarono a camminare tutte assieme, trasportandomi verso l’ingresso del formicaio. “Cosa volevano fare?” mi chiesi ripetutamente… forse mi avrebbero conservata per poi mangiarmi nell’inverno.

Entrammo dentro una larga grotta dentro il terreno. Stranamente vedevo ogni cosa, anche se era molto buio; distinguevo le imboccature di tantissimi cunicoli che si affacciavano a quello principale e poi delle nicchie dove vi erano riposti degli involucri bianchi. Dovevano essere le larve ancora in fase di incubazione; alcune formiche facevano avanti e indietro dal luogo dove erano deposte le larve. Portavano nel becco del cibo che veniva depositato sulla superficie delle uova, poi si avvicinavano pizzicando delicatamente una sostanza gelatinosa che avvolgeva gli involucri.

Continuammo la discesa attraverso la lunga galleria, fin quando arrivammo in una larga sala. Al centro vi era una pietra voluminosa, ricoperta da una larga foglia morbidamente distesa quasi fosse una coperta. Mi adagiarono lì sopra, poi si chinarono nuovamente e una di loro disse:

− Nostra Regina. Siamo felici di averti ritrovata. Eravamo molto preoccupate per il destino di tutti noi. Ma ora che sei tornata ti proteggeremo da ogni pericolo!

Io la Regina? Proprio io che poco prima volevo sterminarle tutte? Povere ingenue! Avevano perso la loro Regina e pensavano fossi io.

− Riposati pure, sarai stanca, hai lottato contro il muro di acqua! Ti porteremo da mangiare − si girò facendo un cenno verso gli altri insetti. Tutti si avvicendarono frettolosamente, poggiando intorno semini e poltiglia rigurgitata dalle loro bocche.

Mi sentii molto imbarazzata, avrei detto che non avevo fame… ma non potevo fingere a lungo… e poi dovevo riflettere…

− Lasciatemi sola! − dissi alzandomi sulla roccia. Tutte rimasero immobili a fissarmi.

− Voglio restare sola − ripetei alzando la voce, ma loro ancora titubavano − Vi ordino di andare via tutte − gridai alzando le mani davanti a me. A quel gesto scomparvero quasi simultaneamente in un istante.

Mangiare quella robaccia… piuttosto sarei morta di fame! E poi… dovevo trovare il modo di fuggire. Di ritornare a casa… mia madre mi stava sicuramente cercando e le divisioni erano ancora là ad attendermi. Ma come avrei fatto? E poi… ero così piccola! Non mi avrebbe vista nessuno e, piuttosto, sarei rimasta schiacciata.

Cominciai a camminare tra i cunicoli, alcuni scendevano altri salivano. Scelsi quelli che andavano verso l’alto osservandomi intorno. Le formiche si davano da fare incessanti; al mio passaggio si fermavano un istante prostrandosi, in segno di sottomissione, per poi riprendere subito il loro lavoro. Alcune trasportavano granelli e semi, altre nutrivano le larve, altre ancora scavavano cunicoli nella terra. Nessuna di loro era inoperosa e tutte avevano il loro compito specifico.

In una piazzuola posta in alto, dove già trapelava la luce del giorno attraverso la terra e le radici del soffitto, mi dovetti fermare ritrovandomi affossata nel fango e la melma.

L’acqua che avevo gettato sopra il formicaio aveva distrutto alcune gallerie impantanando tutto, ma per fortuna ai lati dei cunicoli vi erano dei piccoli canali attraverso i quali defluiva il liquido eccessivo.

Feci fatica a tirarmi fuori: ero tutta sporca e maleodorante. Ma sentii un rumore proveniente dal muro di fango situato alle mie spalle. Mi avvicinai per ascoltare meglio; i battiti sulla parete erano costanti, inframmezzati da flebili sibili, simili a lamenti.

Con le mani cominciai a scrostare il fango, ancora umido, che appesantiva la superficie ruvida. A quell’atto mi accorsi che, tra la melma, fuoriusciva una zampetta nera: sicuramente una formica era rimasta intrappolata lì dentro. Dovevo fare qualcosa!

Ritornai indietro urlando:

− Mie suddite, venite tutte qui!... Avanti formichine.

Sentii un brusio sommesso: − La Regina ci chiama…

In men che non si dica lo slargo si riempì di animaletti, tutti immobili a fissarmi, attendendo un mio cenno.

− Dobbiamo liberare una vostra compagna intrappolata nel fango. Tutte insieme ci riusciremo! Venite qui − mi avvicinai alla parete e iniziai a staccare la terra umida.

A quel gesto tutte si avvicinarono e, in pochi istanti, liberarono una grande formica dalle lunghe antenne e dall’addome molto pronunciato…. Vedendola tutte si affaccendarono per pulirla, leccandola in ogni parte del corpo. Quando la formica fu perfettamente linda e aprì gli occhi gli insetti si allontanarono leggermente facendo cerchio intorno a essa. Si guardarono tra di loro e, quasi simultaneamente, si inchinarono mormorando:

− La Regina! La Regina!

Compresi di avere liberato la loro Regina, che era stata travolta dalla piena in seguito al mio tentativo di distruggere la loro casa. Mi abbassai anch’io sconvolta e addolorata per ciò che avevo fatto.

Ma ancora un brusio si propagò dominante. Aperti gli occhi le vidi tutte intorno a me, ma stavolta avevano un’espressione diversa… mi guardavano con stizza e in modo minaccioso. Ebbi paura… fulmineamente mi caricarono sulle loro spalle riportandomi verso la parte più profonda della galleria. Cosa mi avrebbero fatto?

Sobbalzai sulle loro schiene battendo contro le pareti dei cunicoli. Chiusi gli occhi per cercare di riparami dai granelli di terra che mi cadevano addosso e sul viso, urtati da quella corsa furibonda.

Mi sentii lanciare nel vuoto, quindi caddi in qualcosa di morbido e soffice. Aprii gli occhi: ero completamente ricoperta di bava densa e viscida. Tutto intorno era bianco… mi trovavo in mezzo alle larve! Alcune di loro avevano la bocca già sviluppata; cominciarono subito a pizzicarmi mentre le altre si muovevano sinuose nel tentativo di avvolgermi.

Sussultai urlando, cercando di divincolarmi, ma senza alcun risultato. Stavo per soffocare inghiottita da quella melma bianca. Cominciai a piangere disperata, pervasa dallo sconforto. Pressata da una stretta soffocante, sentii qualcosa premermi contro la coscia. Feci scivolare la mano: era la pietra nera che avevo trovato quella mattina. Non so come, ma si trovava dentro la mia tasca. La afferrai con forza ripetendo tra le lacrime: “Magia, magia, fatti mia! Magia, magia fatti mia!”

A quelle parole accadde qualcosa. Mi sentii gonfiare tanto da sovrastare le larve.

Riuscii a liberarmi dalla stretta e mi sollevai balzando sul terreno. Mi guardai intorno: le formiche mi puntavano pronte a saltarmi addosso, tuttavia le sovrastavo leggermente con la mia statura. Mi voltai e cominciai a correre verso l’uscita. Loro subito mi inseguirono emettendo dei suoni acuti intermittenti, mentre io correvo a perdifiato.

Stavano per raggiungermi, mi avrebbero fermata sicuramente… erano troppe.

Mi sentii agganciare a una gamba. Con forza riuscii a divincolarmi continuando la corsa affannosa. Nuovamente mi afferrarono a un piede e poi all’altro, facendomi cadere. Mi trascinarono ancora verso il basso. Urtai il capo e la fronte più volte sul terreno sconnesso. Piangevo a dirotto stringendo la pietra nel mio pugno chiuso: “… fatti mia!” ripetei più volte nella mia mente.

Improvvisamente mi lasciarono. Mi ritrovai zuppa di acqua, in una pozzanghera.

Cos’era successo?! Ero cresciuta ancora! Sentii un sapore acuto diffondersi nel palato. Assaggiai il liquido: era salato e come un fiume si dipartiva dalla mia persona, travolgendo le formiche ammassate un po’ distanti da me. Le mie lacrime, trasformatesi in un ruscello salmastro, avevano sconvolto quella carovana inferocita di insetti.

Dovevo approfittarne!

Mi alzai e velocemente ripresi l’arrampicata verso l’uscita, mentre le formiche si ordinavano rimettendosi all’inseguimento.

Le sentii avvicinarsi:

− Magia, magia, fatti mia! − urlai disperata.

Finalmente vedevo l’uscita, mi sentii ancora gonfiare… a dismisura… e l’aria entrare con forza dentro i miei polmoni, quasi risucchiata. Crebbi fino a investire con impeto le pareti della grotta, tanto da rompere il soffitto, per ritrovarmi nuovamente sotto il cielo limpido e terso di un pomeriggio di primavera nel mio giardino.

Ripresi fiato guardandomi intorno. Non credevo che avrei rivisto più la luce del sole! L’incubo era finito. Ritornata alla mia grandezza naturale, stavo seduta accanto al formicaio pullulante di insetti rimasti a bocca asciutta per aver perso improvvisamente la loro preda succulenta. Ero salva!

Udii delle voci… la mamma mi cercava.

− Claudia! Ma dove ti eri cacciata?! È due ore che ti cerchiamo… sei sempre la solita!

Mi alzai scostando la terra appiccicata in tutte le parti del mio corpo, sui vestiti e tra i capelli. Ero realmente sudicia ed emanavo un forte odore sgradevole.

− Mamma, sono stata rapita dalle formiche! − dissi lamentandomi − non è colpa mia. Credimi!

− Claudia, pensi che dicendo menzogne riuscirai a non svolgere le operazioni? Ora ti vai a lavare per bene e poi continui a fare i compiti o saranno guai!

− Va bene mamma! − dissi sconsolata. Stavo per rientrare quando vidi una formichina che camminava spaesata sul mio braccio. La feci salire sul palmo della mano e, recatami sotto il cespuglio delle margherite, la adagiai accanto all’imboccatura del formicaio, dove le sue compagne cercavano di ricostruire la parte distrutta.

Sorrisi guardandole indaffarate, mi voltai e rientrai in casa.

Nella stanza, mentre racimolavo gli abiti puliti che avrei dovuto indossare, lo sguardo mi andò sul quaderno…

Strabiliante! Questa si che era vera magia… le operazioni erano state tutte svolte… e con la mia calligrafia. Osservai ancora il quaderno esterrefatta!

Presi il sasso nero tra le mani, ma non osando ripronunciare quelle parole fatidiche…

Non ci avrebbe creduto nessuno… lo strinsi forte tra le mani poi, avvicinatami alla finestra, con un gesto fulmineo, lo lanciai lontano tra gli alberi del giardino…

Dissi tra me e me: “Da domani, mi metterò di buona lena e svolgerò da sola le mie operazioni… ma con l’aiuto di qualche formichina”.


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