La sofferenza interiore nel dipinto del frutteto

Frutteto in fiore con vista di Arles (olio su tela, 1889) si trova presso la Bayerische Staatsgemaldesammlungen, Neue Pinakothek, Monaco.

1889, Saint Remy, Arles.

Tra la vasta produzione di dipinti, disegni, schizzi e lettere del grande artista olandese Vincent van Gogh, il dipinto che riproduce un frutteto in fiore con vista di Arles, custodito a Monaco, presenta degli elementi unici che ne fanno un esemplare particolarissimo.

A prima vista sembrerebbe che il pittore voglia fornirci una visione serena e tranquilla della cittadina di Arles, che gli si presenta affacciandosi dalla finestra dell’ospedale di Saint-Rémy-de-Provence.

Innanzi all’osservatore si dispiegano campi fioriti, dove le fronde degli alberi si innalzano rigogliose e dense di germogli briosi e ricchi.

Sullo sfondo la cittadina distende le guglie e i tetti, lasciando presagire la voglia e il desiderio di raggiungerla, di perdersi nel bandolo delle strade.

Nel campo vi è un uomo che lavora, elemento costante nei quadri di Vincent che predilige raffigurare l’operosità della gente umile impiegata nei campi.

In molti altri capolavori Van Gogh ha voluto rappresentare da vicino la fatica, il sudore, la forza dell’uomo e della donna che raccolgono il frutto del proprio lavoro, fatto di stenti, di sforzo, ma anche di grande dignità nell’adempiere alle incombenze di tutti i giorni, che danno sostentamento alle famiglie e al popolo.

Quell’omino intento a zappare è sicuramente un elemento positivo di tutto l’insieme del dipinto.

Eppure ancora qualcosa ci spinge a riflettere.

In nessun altro quadro di Van Gogh troviamo degli elementi in primo piano, messi a fuoco del pittore, che si pongono come una barriera tra lui e il resto del mondo.

Sono i rami intrecciati degli alberi, dritti e nodosi, che si presentano prima di ogni cosa alla vista dell’artista.

Quel principio di separazione dal mondo esterno non raffigura altro che le sbarre poste alla finestra, in una situazione di costrizione che lo blocca all’interno.

Il pittore guarda il mondo con desiderio, con rammarico per non essere lì fuori a godere della bellezza della natura, ma soprattutto di non avere la capacità e la libertà di vivere serenamente in un mondo che avverte ormai estraneo al suo modo di essere.

Nella vita Van Gogh ha sempre lottato contro gli stereotipi della società, sognando una realtà diversa, che lo avesse accolto nella sua diversità, nell’originalità del suo universo.

Eppure il mondo, la famiglia, non lo hanno accettato per come lui era. Da questa contrapposizione, dal rifiuto di Vincent di cambiare, di adattarsi a ciò che gli altri volevano da lui, dalla ferma intenzione di restare se stesso e di obbedire alla legge intima che sentiva forte premere dentro, da tutta questa contrapposizione nasce la crisi interiore, il sentirsi inadeguato rispetto al mondo, ma in ogni caso l’esigenza di restare fedele a se stesso.

Ed ecco che emerge forte la sua sofferenza più intima.

Van Gogh domanda di essere curato, chiede aiuto. Si trova a Saint-Rémy cosciente di avere bisogno di cure, speranzoso di poter un giorno tornare a vivere ancora.

Le sbarre della sua prigione non sono altro che delle barriere che ha posto lui stesso, costringendosi alla chiusura, nell’aspettativa di poter guarire.

E allora diventano delle sbarre nodose, dalle quali si dipartono piccoli rami che puntano verso l’alto. Ogni legatura è un nodo interiore della sua anima, ogni piccolo ramo rappresenta la speranza di rinascere a vita nuova.

Altro elemento importante del dipinto e la variazione delle tinte.

Appare evidente che nella realtà i rami non siano blu ardesia, i campi non siano cerulei e neri. L’agglomerato delle case non è realmente coperto da una coltre bluastra e plumbea.

Ogni elemento rimanda allo stato interiore di tristezza mista a speranza.

In questa variazione delle tinte ricorre l’esperienza del colore, della tecnica che interessa Van Gogh nell’ultima parte della sua vita, fortemente attratto dalla scomposizione della luce, dallo studio condotto da Paul Signac e da George Seurat.

Nella lettera riportata di seguito Van Gogh parla di questo dipinto proprio all’amico Signac, in quanto l’opera si colloca nel percorso di scoperta della stragrande varietà di possibilità che l’uso del colore può offrire all’arte.

  

“Mio caro amico Signac ,

Grazie mille per la vostra cartolina, che mi dà notizie di voi…

Vi rimango molto grato per la vostra visita amichevole e benefica, che ha contribuito notevolmente a tirarmi su di morale. 

Ora sto bene e sto lavorando in ospedale o nei suoi dintorni. Quindi ho appena riportato due studi sui frutteti .

Eccone un frettoloso schizzo: il più grande è una povera campagna verde con casette e la linea blu delle Alpilles, con un cielo bianco e blu. In primo piano, recinti con siepi di canne in cui fioriscono piccoli peschi: tutto è piccolo , i giardini, i campi, gli alberi, anche quelle montagne, come in alcuni paesaggi giapponesi, ecco perché questo argomento mi ha attratto. 

L'altro paesaggio è quasi tutto verde con un po' di lillà e grigio, in una giornata piovosa” (lettera di Vincent all’amico Signac, Arles, mercoledì 10 aprile 1889).



Brano tratto dal romanzo “Vincent in Love – il lavoro dell’anima” di Giovanna Strano, Cairo Editore.

“La notte è calda e non mi fa dormire, le stelle una a una lampeggiano dentro il mio animo buio, non vogliono spegnersi nonostante tenti di cancellare ogni ricordo e ogni speranza ormai perduta. Il senso di benessere provato, immaginando di averti accanto, ancora è soppiantato dalla tristezza e dalla disperazione della solitudine, del vuoto che ho intorno e nella mia anima. Mi sento vecchio e stanco, come se avessi vissuto cento anni, e voglio approdare in una baia tranquilla, tirare i remi in barca e fermarmi annullandomi”.

 Giovanna Strano

 

           
 
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