Chi è Laura?

 

romanzo breve

di

 

Giovanna Strano

 

 

 

 

 

I

 

 

 

Le palpebre erano pesanti come macigni, le sentivo bruciare, strettamente serrate. Un involucro enorme, inerme, mi sovrastava e mi stringeva… ne avvertii il gonfiore, gravemente pressato contro la superficie morbida sulla quale era disteso… era un corpo caldo e pulsante di vita.

Io ero dentro, al buio… il ritmo lento e regolare dell’aria che, in un movimento istintivo, riempiva i polmoni per fuoriuscirne subito libera, scandiva il tempo che passava.

Ero stanca, stremata… di una stanchezza che non permetteva neanche di muovere un dito. L’oscurità avvolgeva l’immobilità del mio essere e il vuoto riempiva gli spazi dell’incavo nel quale perduravo.

Ma improvvisamente sentii la pelle della mia mano avvolta da una stretta morbida e calda. Aprii gli occhi. La luce bianca mi accecò, costringendomi a chiuderli subito. La mano mi lasciò, udii rumori…

Poi nuovamente tentai di combattere il dolore agli occhi che mi obbligava all’oscurità. Una nebbia bianca ingombrava la visuale offuscando ogni altra cosa. Cercai di stringere le palpebre per mettere a fuoco, per distinguere meglio.

In alto si delineava il soffitto della stanza e intorno si avvicendavano delle persone con camici bianchi. Ero stanca… non resistevo, volevo riposare, perdermi nell’oblio, permanere nell’inerzia, nell’incoscienza…

Ancora una mano strinse la mia, forte. Aprii gli occhi… Chi era l’uomo accanto a me? Lacrime gli solcavano le guance, borbottava:

− Laura… Laura…

Chi era Laura?!

L’uomo piangeva mormorando, i suoi liquidi uscivano anche dalle narici imbrattandogli il viso. Mi baciò… mi voltai dall’altro lato, il collo mi si torse come una tovaglia che viene strizzata.

− Laura − continuò lui.

Chi era quell’uomo?! Non lo volevo vedere… mi infastidiva… riuscii con forza a emettere dei lamenti. Sentii delle persone e delle voci. Finalmente si allontanava, si allontanavano tutti; restai sola.

Aprii gli occhi, mi guardai intorno. Ero in una stanza di ospedale, riconobbi l’arredamento laminato e le attrezzature.

Mi tirai su lentamente, facendo forza sul materasso… forti vertigini mi costrinsero ad adagiarmi nuovamente sul cuscino. Cercai ancora di alzarmi, lo sguardo andò sulla camicia da notte che indossavo… bianca con piccoli fiorellini rosa ricamati ai bordi.

Però… il mio corpo… mi toccai le gambe con le mani; erano stranamente magre, molto magre, anche l’addome. Dovevo essere stata molto malata… ma non ricordavo nulla.

Entrarono due infermiere. Vedendomi seduta mi invitarono a coricarmi:

− E no signora! − esclamò una delle due − Ancora non può alzarsi, è troppo debole. Il suo corpo ha già fatto uno sforzo enorme a riportarla tra di noi… vedrà che il tempo sistemerà tutto.

Entrò nuovamente l’uomo. Era di media statura, sui cinquanta, un po’ stempiato con i capelli brizzolati. Si avvicinò guardandomi fissa. Il suo sguardo indagatore mi infastidiva… non volevo vederlo… mi voltai dall’altro lato sperando che capisse.

− Signor Ferrante − lo avvicinò l’infermiera − lei ha inteso il discorso del medico, vero? Ci vorrà tempo, non si sa quanto tempo, e tanta pazienza da parte di tutti voi!

− Stia tranquilla, Laura avrà tutto il tempo che vorrà − la voce profonda dell’uomo risuonò nella stanza − ora che l’ho ritrovata sarò capace di aspettarla.

Entrarono anche due donne. Una signora anziana sorretta da un’altra più giovane. Si avvicinarono al mio letto, mentre io, inebetita, le osservavo cercando di richiamare alla mente qualcosa che me le rendesse familiari.

− Laura mia, finalmente ti sei svegliata − disse la signora con voce rauca, accarezzandomi il viso − ti abbiamo attesa, vegliata, mentre dormivi… per anni… credevo che non sarei arrivata a vederti più cosciente… che sarei morta col desiderio di stringerti a me come facevo quando eri bambina… − mi abbracciò fortemente baciandomi in viso.

− Signora − la interruppe l’infermiera − le raccomando… poche emozioni, ne ha già avute tante nel giro di qualche ora, pensate al suo bene.

La signora si allontanò.

Ma perché si rivolgevano a me chiamandomi Laura… io non ero Laura. Io ero… chi ero io?

Mi portai le mani alle tempie nello sforzo di ricordare… ma nulla riusciva a dissipare la fitta nebbia che mi avvolgeva la mente. Doveva esserci un modo… cominciai a battere con le mani contro la fronte, nel tentativo di far uscire qualcosa, di ridestare la coscienza… di fare riemergere il passato… ma sentii le membra pulsare insistenti e un fremito percorrermi in tutto il corpo… tanto da dovermi distendere sul letto per sentirlo sobbalzare agli scossoni forti che si propagavano da esso.

Ebbi paura… una forte paura, cominciai a urlare… intorno vidi persone avvicendarsi frettolosamente, avvertii un dolore al braccio, poi l’oblio di un sonno pesante, rigeneratore…

Mi risvegliai che era giorno, tutto intorno era tranquillo, un’infermiera mi teneva il polso. Vedendomi cosciente mi sorrise:

− Buongiorno signora. Ben svegliata. Gradisce la colazione?

− Si… − risposi riflettendo. Desideravo sentire nuovamente il gusto del cibo diffondersi dal palato al cervello e farmi pervadere dall’odore del caffè caldo, denso di aroma profumato.

L’infermiera mi servì la colazione assecondando le mie richieste, nei limiti di ciò che era a disposizione. Mi sentii come una bambina davanti al dolce preferito; divorai tutto velocemente assaporando ogni sensazione con avidità.

Poi entrò una donna con un camice e si sedette accanto a me:

− Buongiorno signora, sono un medico, sono qui per parlare un po’ con lei, per aiutarla… ma solo se lei vorrà essere aiutata da me!

− Desidero tanto riuscire a capire, dottoressa!

− Mi dica… come si chiama?

Aggrottai le ciglia, sforzandomi di ricordare… ma subito i miei occhi si inumidirono e cominciai a respirare affannosamente.

− Signora, non deve sforzarsi, tutto verrà naturalmente, vedrà. Dobbiamo solo riuscire a fare emergere il suo passato senza traumi. Lei ha avuto un brutto incidente, circa dieci anni fa, e da allora ha dormito di un sonno profondo. È stato un miracolo che lei si sia svegliata… non possiamo pretendere che ricordi tutto in un attimo… ci vorrà tempo e noi daremo alla sua mente tutto il tempo che desidera…

− Dottoressa − interruppi io − ho paura. Mi sento chiamare con un nome che non riconosco e sono attorniata da sconosciuti… dove mi trovo?

− Siamo all’ospedale di Catania. Lei è qui da quando è entrata in coma…. ma presto dovrà tornare a casa, con suo marito.

− Chi è mio marito?

− L’uomo che le è stato accanto in questi giorni.

− Non lo conosco…

La donna rimase in silenzio qualche attimo, prendendo appunti su un taccuino. Poi disse con tono grave:

− Ascolti. Il suo è un caso molto particolare. Dobbiamo anche prevedere la possibilità che il suo passato non riemerga più… non si spaventi. Noi l’aiuteremo…


II

 

 

 

Rimasi in ospedale alcune settimane, monitorata costantemente da medici che mi osservavano ponendomi qualche domanda su come mi sentissi o come avessi trascorso la giornata. Nessuno mi interrogava in merito al mio passato, solo io, nella mia mente, avevo un chiodo fisso cercando di scavare, di riportare alla memoria qualcosa, rimanendo puntualmente delusa e frastornata dalla totale assenza di ricordi. Ero completamente vuota.

Dopo qualche giorno mi dissero che fisicamente stavo bene e che sarei ritornata a casa. Mi fecero indossare un abitino fiorato, colorato di tinte azzurre e verdi, dei sandali blu… doveva essere tutto nuovo perché l’infermiera aveva staccato i talloncini in mia presenza. L’uomo attendeva davanti all’ingresso della clinica con in mano un bouchet di margherite bianche che mi porse vedendomi arrivare.

Appena fuori dall’edificio la luce mi accecò violentemente. Dovetti fermarmi un attimo sorreggendomi al braccio dell’uomo. Tirai un profondo respiro che mi riempì i polmoni di fresca aria profumata di gelsomini, prorompenti nel giardino antistante.

Salimmo in macchina, salutai le infermiere che mi osservavano sorridenti davanti al cancello di ingresso e ci avviammo verso Siracusa, dove si trovava la nostra casa. Rimasi tutto il tempo in silenzio a osservare il paesaggio che si dispiegava intorno a noi: non conoscevo quei luoghi!

Vidi la maestosità dell’Etna allontanarsi alle nostre spalle, incorniciata da nuvole bianche che ne cingevano la sommità. Ai suoi piedi la grande distesa urbana della cittadina luccicava ai raggi del sole riflettendone i bagliori.

Quindi fiancheggiammo la fascia costiera, bordata da un mare di un azzurro terso e cristallino che non avevo mai visto. Attraversammo una zona fortemente industrializzata e giungemmo in una frazione di Siracusa, chiamata Belvedere, posta sul cocuzzolo di un monticello, in posizione panoramica rispetto alla piana che si distendeva di fronte, avvolta da grigia foschia umida e densa. In lontananza, tra le case della città, si scorgeva un altro cocuzzolo, grigio di mattoni e predominante sul resto dell’agglomerato. Era sicuramente un alto edificio dalla forma conica, non capii di cosa si trattasse, ma in cima brillava una piccola statua dorata circondata da aculei appuntiti.

Entrammo nella casa a due piani. Mauro, mio marito, fu molto gentile, mostrandomi tutto nei particolari, quasi fossi un’ospite. La sera mi propose di cenare fuori, per evitare di accendere i fornelli. E così andammo in una pizzeria vicina dove mangiammo in silenzio, ascoltando le chiacchiere degli altri clienti del locale.

Trascorsero alcuni giorni in apparenza sereni. Ma dentro di me una tempesta si scatenava senza possibilità di contenimento. Perché non riaffiorava niente nella mia mente? Mauro era garbato, mi assecondava in tutto e mi lasciava molto spazio per stare da sola… sicuramente desiderava non essere invadente. Ma il silenzio mi assordava anche più delle parole, facendo rimbombare la folla di domande che ingombrava la mia testa.

Una cosa mi apparve subito molto strana: nella casa non c’erano specchi! Nonostante le mie ricerche accurate, effettuate nei cassetti, negli armadi, non riuscii a trovare un solo specchio…

Inizialmente tentai di sbirciare la mia immagine riflessa nei vetri delle finestre, ma con scarso risultato in quanto erano costituite da vetri di piccole dimensioni, uniti tra loro da fascioni di legno bianco. Non osavo chiedere a Mauro il motivo di tale mancanza... supposi vi fosse la precisa volontà di non farmi specchiare. Ma perché non volevano che mi specchiassi? Temevano una mia reazione inappropriata?

Mauro, di ritorno dal lavoro, trascorreva le ore seduto sulla poltrona a leggere il giornale con la sua pipa in mano. Io avevo espresso il desiderio di non uscire per un certo periodo, sentendomi molto insicura e disorientata, peraltro non riuscendo a ricordare nulla della nuova realtà che mi circondava. Ma dovevo fare qualcosa… dovevo agire…

Un giorno dissi a Mauro che mi servivano dei soldi e che, l’indomani, sarei andata a comprare qualcosa. Lui mi assecondò come sempre. Quindi, la mattina dopo, presi la borsa e le chiavi e uscii fuori sul marciapiede. Rimasi un attimo a guardarmi intorno, poi cominciai a camminare lentamente. Giunsi nella piazza centrale, dove vi era qualche negozietto provvisto di articoli di vario tipo. Entrai in un emporio e, rivolgendomi alla commessa, chiesi:

− Signora, avete uno specchio grande?

− Grande no, signora. L’unico che abbiamo è questo − prese tra le mani uno scatolo quadrato ed estrasse uno specchio rotondo. Lo liberò dall’involucro che lo avvolgeva e me lo porse.

Presi lo specchio tra le mani per osservarlo e… subito sbiancai sentendomi mancare. Mi poggiai al bancone barcollando.

− Signora! Sta male? − chiese preoccupata la ragazza.

Titubai un attimo, sentendo la mia testa attorniata come da un alone che mi toglieva la visuale di ogni cosa, mentre un turbine sconvolgeva tutto il mio organismo, ricopertosi subitaneamente di macchie rossastre.

− No − risposi lentamente − non è niente. Sono convalescente da una lunga malattia e a volte ne subisco le conseguenze… ma ora mi riprendo.

Pagai e corsi via verso casa. Aperta la porta di ingresso ripresi lo specchio tra le mani, scaraventando lo scatolo a terra.

Guardai nuovamente il viso riflesso sulla superficie lucida: avevo il viso tondo, gli occhi azzurri e allungati, i capelli biondi corti, il naso piccolo… ma non ero io. Quella donna non ero io!

Il forte sgomento provato poco prima si riaccese prorompente gettandomi nello sconforto. Mi balenò nella mente l’immagine di una donna bruna, con gli occhi castani molto grandi… mi misi a piangere disperata, non sapendo cosa fare, cosa pensare…

A un tratto supposi di stare creando quella strana situazione nella mia mente malata, che fosse tutto frutto della mia fantasia, che in effetti io ero Laura, la bella donna dagli occhi azzurri, e che però stavo diventando matta… ma di una pazzia che mi avrebbe distrutta… della quale non ero neanche capace di rendermi conto…

Non c’era altra spiegazione… guardai ancora il volto riflesso nello specchio; gli occhi azzurri come il mare, come il cielo nelle sere all’imbrunire, mi fissarono indagatori… quasi minacciosi… ebbi paura. Chi era? Quel viso, di chi era? Scagliai lo specchio a terra, mi lasciai prendere dall’impeto di rompere tutto, di farmi del male, di riuscire a infrangere quell’incantesimo… di ritornare a dormire di un sonno immenso e innocuo…

Salii nella stanza, mi buttai sul letto piangendo disperata abbracciata al cuscino. Cosa avrei potuto fare? Sarei rimasta per sempre senza passato… ma non avrei avuto neanche un futuro; non desideravo avere un futuro…

Ancora una volta, a occhi chiusi, cercai di riportare alla mente immagini, suoni. In un insieme confuso di indizi e percezioni il mio corpo cedette alla stanchezza, all’oblio… mi addormentai…

Ebbi la sensazione di essere inondata da una forte luce chiara, immensa e avvolgente, che cullava e accarezzava allo stesso tempo in un attimo eterno di pura felicità. E poi, in un sonno agitato, stressante, nuvole che correvano sopra di me, incessanti, veloci e buio fitto che annullava ogni cosa con forza.

 Ma, nella nebbia bianca e densa, mi apparve nuovamente la donna bruna: era dinnanzi a me, la sua figura veniva fuori da un largo specchio dalla cornice ovale dorata. Sorrideva felice guardandosi intorno; un giardino con alti fiori rossi, simili a tulipani, la attorniava di un verde brillante, frastagliato su vari livelli.

A un tratto, quasi accortasi della mia presenza invadente, iniziò a fissarmi invitante, tendendomi le mani.

Sobbalzai sul letto con gli occhi sbarrati, cercando di tenere l’immagine il più possibile impressa nella mente. Rimasi lì, attendendo che il forte calore che si sprigionava dal mio corpo si placasse, che il sudore si asciugasse appiccicato alle lenzuola fresche di cotone.

Poi scesi giù dalle scale, intontita, ripresi lo specchio tra le mani e vi guardai dentro per un attimo, titubante. Ancora la donna bionda, con gli occhi infuocati di pianto, mi fissava indagatrice…


III

 

 

 

Dovevo fare qualcosa… dovevo capire…

Cercai di calmarmi. Non sarebbe servito a nulla farmi prendere dal panico, farmi trascinare dallo sconforto nella sua spirale che distrugge e offusca ogni cosa. Dovevo reagire, impormi con fermezza.

Osservai intorno. Sul tavolino al centro della stanza vi era un vaso con delle rose rosse, poste lì il giorno prima da Mauro, con l’intento di non farmi sentire sola mentre lui non c’era. Al di sotto, una bellissima tovaglia traforata a uncinetto lasciava pendere i suoi merletti prorompenti quasi fino a terra. Laura aveva la passione per il lavoro a uncinetto e il ricamo; la casa era adornata in ogni angolo dalle sue creazioni.

Presi il cestino con i gomitoli e l’occorrente, mi sedetti sulla poltrona davanti alla finestra. Girai tra le mani quei fili di seta bianca e colorata, quasi attendendo che accadesse qualcosa. Fuori il panorama mi invitava a uscire, alla libertà.

Il porto di Siracusa si apriva in lontananza in un morbido abbraccio con il mare calmo e turchino. L’isolotto del centro storico spiccava con la bellezza delle sue mura, dei suoi archi, degli alti alberi disposti in fila davanti al mare, della roccaforte che si propendeva verso l’imboccatura del porto.

… Ma non emergeva nulla.

Poggiai la testa allo schienale, rimasi a meditare in silenzio. Dovevo provare… e provare ancora.

Ci sarebbe stato un evento, ne ero sicura, che mi avrebbe fatta uscire dal buco profondo in cui mi trovavo, che mi avrebbe condotta nel chiarore di un giorno di primavera, dove ogni cosa era al suo posto e tutto aveva un senso, così come ero stata riportata alla vita qualche giorno prima, d’improvviso, senza un motivo né una ragione.

Mi sentii soffocare, stringere da quelle mura buie che mi circondavano pressanti. Aprii la finestra e respirai a pieni polmoni l’aria fresca della mattina. Guardai in alto; il cielo era vicino, molto vicino, quasi da poterlo toccare con un dito.

Desiderai innalzarmi, volare, vedere tutto con distacco indolore e riuscire a capire ogni cosa da lassù, oltre le nuvole. Ma di nuovo l’aria pesante della casa mi ricondusse alla realtà, oscura ed enigmatica.

Andai a sedermi alla scrivania di Mauro, aprii il cassetto. Tirai fuori delle carte, c’era un album di foto. Vi era Mauro con la donna bionda… che ero io. La donna aveva i capelli lunghi, erano abbracciati davanti a un monumento.

Altre foto raffiguravano una bimba bionda, tenuta per mano dalla signora anziana che mi aveva fatto visita in ospedale. La signora appariva molto più giovane ed era insieme a un uomo. Dovevano essere i miei genitori… possibile che non ricordassi neanche mia madre?

Lo chiusi, continuai a rovistare. Documenti… appunti.

Sul marmo bianco di una credenzina vi erano degli oggetti in argento, ciotole, piccoli animali, tutti ingialliti e quasi anneriti dal tempo. Li osservai uno per uno.

Poi andai verso la libreria, dove filari di libri di tutte le dimensioni si susseguivano, inframmezzati da statuine in porcellana raffiguranti dame e cavalieri di altri tempi. Ma nulla aveva un significato.

Aprii un’anta del mobile innanzi a me, afferrai un raccoglitore, conteneva fatture, ricevute, scontrini. Ne presi un altro, vi erano delle buste bianche con sopra il mio nome: Laura Patti.

Erano risultati di esami clinici; trovai anche delle cartelle cliniche… una era rilasciata da un ospedale di Roma, risaliva al febbraio di dieci anni fa e attestava lo stato di coma nel quale mi trovavo in seguito all’incidente avuto due giorni prima.

Quindi ero stata ricoverata anche a Roma!... La dottoressa non mi aveva accennato a questa cosa. Perché? C’era un motivo ben preciso? Volevano nascondermi qualcosa?

Una fiammella si accese nel profondo della mia anima… non potevo rassegnarmi all’inerzia, all’apatia che mi avvolgeva incessante.

Non volevo trovarmi, un giorno, a rimpiangere di non aver avuto il coraggio di andare fino in fondo, di essermi adattata a dei voleri indipendenti da me. Non potevo tralasciare neanche un solo dettaglio.

Presi un foglio bianco e una penna, scrissi:

“Caro Mauro, tu sei stato tanto gentile con me, ma io ho bisogno di sapere. Ti prego di non ostacolarmi. Ti cercherò quando avrò chiara ogni cosa.”.

Poggiai il foglio sul tavolo della cucina, afferrai la borsa e uscii, tirando la porta d’ingresso dietro di me. Guardai la facciata della casa, come se fosse stata l’ultima volta, e andai via.

Usai la carta di credito che mi aveva dato Mauro. Durante il volo, trovandomi sopra le nuvole bianche con il sole di fronte, alla mia stessa altezza, che colpiva insistente il mio viso stanco, ripensai alla mattina quando, affacciatami alla finestra, avevo desiderato di volare in alto sopra le nuvole. Dentro di me sentii di stare facendo la cosa giusta. La confusione che mi opprimeva era tale che non sarei riuscita, sicuramente, a ritrovare la strada perduta, ma se non altro avrei capito la ragione di tutto ciò che stavo vivendo…

Dopo qualche ora ero a Roma. Rintracciai l’ospedale segnato sulla cartella clinica. Arrivata sul luogo, mi si presentò davanti il largo prospetto dell’edificio, adornato da alte colonne. Entrai e girai tra i reparti guardandomi intorno, cercando un indizio che richiamasse alla mente un ricordo, un segno.

Ma niente, non emerse nulla di importante…

Uscii dall’ospedale e mi andai a sedere su una panchina posta in un parco lì vicino. Cosa potevo fare? Dovevo cercare qualcosa, ma cosa? Mi serviva un aiuto…

Presi un autobus, mi sedetti e mi feci condurre tra le strade della grande metropoli, senza una meta, in attesa di una indicazione, un indizio.

In un’ampia strada con al centro lunghe aiuole adornate da siepi fiorate, venni colpita dall’innumerevole quantità di negozi che si susseguivano tra le larghe vetrine guarnite e i tavolini dei bar. Scesi e cominciai a camminare leggera, trascinata dalla curiosità verso quell’ambiente brioso e pieno di vita.

Uomini e donne si susseguivano sul marciapiede, immersi nelle consuetudini della vita di ogni giorno, parlottando a gruppi o svicolando velocemente tra la folla ingombrante, nel tentativo di diminuire il ritardo a un appuntamento o nella fretta di rincasare dal lavoro.

Davanti a una vetrina rimasi affascinata dalla freschezza degli abiti indossati dai manichini. Sullo sfondo emergeva una gigantografia del mare increspato di una calda giornata estiva. Tutto faceva sognare di essere in spiaggia, sotto un ombrellone, a gustare l’aria densa di salsedine mischiata al gusto fresco di una bevanda.

Lo sguardo mi andò su una figura riflessa sul vetro che, determinante, sobbalzava a imporre la sua presenza. Mi soffermai a osservarla: una donna esile, con jeans e una larga camicia bianca. Aggrottai le ciglia, sobbalzai… ero io: una perfetta estranea.

Ripresi a camminare, evitando di guardare le vetrine, indugiando sui particolari dei palazzi dai balconi decorati e dalle ringhiere in ferro battuto.

Mi fermai davanti a una porta dove vi era un manifesto raffigurante delle persone davanti a dei computer. Lessi: “Internet Point”. Entrai dentro. Mi sedetti ad una macchina e cominciai a esplorare la rete. Usai lo strumento con familiarità, come se l’avessi utilizzato il giorno prima, pur trovando le applicazioni un po’ variate rispetto ai miei ricordi.

Inserii dei dati: “Laura Patti”… nessun elemento determinante. Digitai la data riportata sulla cartella clinica “12 febbraio 1999”; i risultati erano svariati per argomento e tipologia.

Aggiunsi “Roma”. Nelle notizie di cronaca, tra i vari risultati, emerse un articolo: “Registriamo un grave incidente nella zona periferica di Roma, in Via Aleramo. Una donna è stata travolta da un’auto che è sbalzata sul marciapiede in seguito a un tamponamento. La donna è in fin di vita all’ospedale…” corrispondeva!

Uscii di corsa, chiamai un taxi e chiesi di accompagnarmi in Via Aleramo. Facemmo più di mezz’ora di strada, tra le vie di Roma, nel traffico furibondo della mezza mattinata. Giunta sul luogo indicato scesi e cominciai a camminare lentamente. Mi guardavo intorno, osservando i particolari.

Mi sembrò di conoscere quei luoghi, ma tutto era molto vago e offuscato. Sentivo comunque riaffiorare qualcosa nella mente, sensazione che non avevo avuto nella zona di Siracusa. Camminai a lungo, sotto il sole, fin quando mi fermai davanti a un grande salice.

Alla base vi era uno scarno sedile in pietra. Mi sedetti. Guardai intorno, in fondo alla strada… sentivo come delle voci di bambini riecheggiare nella mia mente e dei movimenti ondulatori mi balenavano innanzi sovrapponendosi alla realtà circostante. Qualcosa spingeva il mio sguardo in fondo… qualcosa mi incuriosiva. Il vento alitava tra le fronde cadenti dell’albero, quel rumore mi diede serenità, tanto da farmi sorridere… finalmente un barlume di distensione; da quando mi ero svegliata ero stata pervasa solo da angoscia.


IV

 

 

 

Mi alzai riprendendo a camminare verso l’estensione della strada. Le villette si susseguivano, tra i giardinetti bordati da aiuole e bimbi che giocavano rincorrendosi.

La strada era ombreggiata da alti alberi le cui foglie brillavano gioiose ai raggi del sole, spinte dal flebile vento che rinfrescava l’aria.

A un tratto mi fermai davanti a una casa rosa a due piani, sopra vi era un terrazzo; un piccolo sentiero portava dal cancello esterno fino alla porta di ingresso, accanto si apriva una larga finestra. Ebbi la chiara sensazione di conoscere quel luogo, di averlo già visto, come in un sogno vago e lontano che ritorna prorompente a imporre la sua immagine nella realtà.

Notai un cartello posto sulla ringhiera: “Vendesi”.

Suonai al citofono, mentre il cuore cominciò a battere furioso come un martello dentro il mio petto.

− Chi è? − una voce maschile al citofono mi scosse.

− Mi scusi… vorrei delle informazioni sul vendesi.

− Un attimo.

La porta di ingresso si aprì, comparve un uomo… le pupille mi si allargarono istintivamente e la respirazione mi si bloccò per qualche istante…

Tirai giù gli occhiali scuri per coprire le lacrime che mi spuntavano agli angoli degli occhi. L’uomo si avvicinava.

− Prego signora, è aperto. Si accomodi pure − disse con gentilezza.

Spinsi il cancello pedonale e mi incamminai lentamente sul vialetto verso l’ingresso della casa.

− Si. La casa è in vendita. Per ora non ci sono intermediari. Lei è un privato o lavora per un’agenzia?

− No, l’interesse è mio personale − risposi con un filo di voce. Non potevo fare a meno di fissarlo, di osservarlo nei lineamenti, nel corpo… sicuramente in modo invadente, tanto che lui esclamò:

− C’è qualcosa che non va?

− No tutto bene, mi scusi − un tremore persistente attraversava le mie membra, ma dovevo combatterlo, dominarlo.

− Le faccio vedere il giardino… venga − mi guidò nel vialetto… lo seguii fissando le larghe spalle mentre mi illustrava i vari angoli della parte esterna.

− Come mai vende la casa? − gli chiesi cercando di essere più naturale possibile.

− Vivo da solo con mia figlia. Ma lavoro dall’altra parte della città e pure lei frequenta una scuola lontana da qui. Così abbiamo deciso di venderla, anche se a malincuore. Dobbiamo necessariamente organizzarci meglio. Ma entri, le faccio vedere le stanze.

Accedemmo nell’atrio comunicante con il grande salone. Fissai un punto fermo, evitando di scrutare il grande ambiente… quasi per timore di scoprirmi, di non potermi controllare.

− Posso sedermi un attimo? − mi adagiai sulla poltrona fiorata chiudendo gli occhi, senza neanche attendere la sua risposta.

− Certo signora. Sta male?

− No, solo un po’ di stanchezza.

− Come si chiama? − chiese con gentilezza.

Titubai un attimo. Poi risposi controllandolo, cercando di cogliere una reazione al suono di quel nome:

− Laura Patti.

− Piacere. Io sono Sergio Benanti − mi tese la mano con naturalezza. Lentamente misi la mia mano nella sua, non potendo fare a meno di trattenere la stretta. Diventò serio, aggrotto un po’ le ciglia lasciando la mia mano. Si sedette di fronte guardandomi. Poi continuò la descrizione dell’abitazione, ma con lentezza, vagamente, quasi scandendo le parole:

− La casa è in ottimo stato. Qui accanto c’è la cucina, un ripostiglio, la lavanderia e sotto c’è pure la cantina.

Io restavo in silenzio, con la testa poggiata sullo schienale della poltrona, fissandolo con sguardo grave.

− Vuole vedere il piano di sopra? − chiese con tono basso.

− No − risposi bruscamente, sempre guardandolo fisso negli occhi.

− Non le interessa più la casa?

Sentii come un cerchio girarmi intorno alla testa e un brusio alle orecchie quasi sottolineava quei momenti interminabili.

− Non è sposato? − chiesi cercando di mantenermi calma.

− Sono vedovo. Mia moglie mi ha lasciato più di dieci anni fa.

Il silenzio cadde tra di noi. Lui sembrò imbarazzato e forse anche infastidito dalle mie domande, inframmezzate da lunghe pause piene di tensione.

− Vuole vedere il piano di sopra? − chiese seccamente.

Continuai a guardarlo dritto dentro i suoi occhi castani, teneri e profondi. Poi, dopo una breve sospensione, risposi:

− Conosco già il piano superiore… due camere da letto, il bagno e lo studio, con una larga scrivania in mogano dell’800.

− Questo gioco non mi piace più! − si alzò di scatto aumentando il tono della voce − Chi è lei? Cosa vuole?

− Nello studio tieni anche un cavalletto − continuai con calma − sempre con una delle tue tele poggiata sopra. Ami dipingere, anche nelle ore più disparate. Tra un lavoro e un altro ti alzi e dai qualche tocco di pennello alla porzione del dipinto che hai osservato più volte.

Rimase impietrito, in piedi, con le ciglia aggrottate e lo sguardo serio fisso su di me.

− … sono Lisa! − bisbigliai fiocamente.

− Signora, la prego, vada via − interruppe con impeto − io non so cosa voglia da me. Se vuole soldi sappia che non gliene darò. Vada via…

− Sono la donna di quel quadro − indicai il dipinto posto sul caminetto − lo hai fatto il giorno del mio compleanno… fuori, in giardino. Dicesti che il vento mi accarezzava i capelli anche sulla tela, tra le setole del tuo pennello… che avresti disegnato il vento.

− Lisa…?! − esclamò esterrefatto lasciandosi cadere sulla poltrona − non è possibile. Lisa è morta, travolta da un’auto… non è possibile…

− Sergio, ti prego, aiutami a capire. Sto impazzendo, non mi riconosco neanche io − dissi tra le lacrime e i singhiozzi che non riuscivo più a frenare. − Io sono la donna che tu hai dipinto in quel quadro, non questa! − battei con forza le mani sul petto − Di chi è questo corpo? − urlai disperata.

− Non è possibile… − continuò lui inebetito poggiando la nuca sulla spalliera, chiudendo gli occhi.

Quando li riaprì erano rossi di lacrime. Mi osservò, poi volgendo lo sguardo verso il pavimento, disse lentamente:

− Quando Lisa ebbe l’incidente diedi il consenso per l’espianto degli organi − fece una breve pausa, quasi per cercare di organizzare le parole − mi dissero anche che avrebbero fatto un’operazione mai svolta prima.

Si fermò. Rimase a scrutarmi. Quindi si distolse guardandosi intorno, quasi cercasse qualcosa. Ma lo sguardo era vuoto e lucido… traspariva una forte sofferenza piena di interrogativi…

 − Un’equipe di chirurghi − riprese con lentezza la narrazione, con voce sommessa, tremolante − provenienti da varie parti del mondo, intraprese un trapianto di cervello… una sfida per la medicina e per l’umanità! Ma affermarono che non era andata bene e che il paziente era morto…

− Sono stata in coma per dieci anni. Mi sono svegliata qualche settimana fa.

Gli occhi mi bruciavano, inondati di pianto. Lo sconforto, la disperazione mi pervadevano. Perché tanto dolore? Sarei mai riuscita a trovare un equilibrio, a uscire dal tunnel e vedere la luce?

− Lisa… − balbettava lui tra le lacrime che gli riempivano gli occhi e gli invadevano le guance. Teneva la testa tra le mani, china verso il basso.

Il puzzle cominciava a ricomporsi… ma le emozioni erano troppo forti per resistere. Il mondo intero mi diceva che ero Laura Patti, che dovevo entrare nella sua vita e continuarla a vivere per lei. Ma io non ero Laura… e non ero neanche Lisa.

Io stessa non mi riconoscevo, sentendo quel corpo estraneo e diverso da me. Desiderai scomparire, non essere mai stata lì, non essere mai esistita…

− Papa! − una voce dall’alto delle scale mi scosse improvvisamente. Entrambi alzammo il capo per guardare la figura esile che discendeva gradatamente.

Era una ragazzina sui dodici anni, bruna, occhi scuri. Due lunghe trecce le scendevano sulle spalle annodate con nastri rosa. Riconobbi gli occhi, lo sguardo dolce e risoluto.

Era Clara. La mia Clara

− Clara… − interruppe Sergio asciugandosi le lacrime con il palmo della mano, ma rimanendo un po’ di spalle per non farsi scorgere in viso − la signora è una vecchia amica di famiglia. Salutala… lascia che ti abbracci.

− Va bene papà! − disse la ragazzina titubante, con tono pensieroso − Buongiorno signora − si avvicinò osservandomi.

Mi alzai lentamente, sorridendo, la strinsi forte al petto, mentre il mio cuore sembrava stesse per scoppiare dalla gioia.

Nella mia mente una folla di pensieri, di sensazioni mai provate prima, sconvolgenti, contraddittorie:

“Clara! Quanto mi sei mancata nell’oscurità di questi lunghi anni…”

 
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